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Sto arrivando … vedrai … arriverò presto …

Paura, gioia immensa, smarrimento, emozione …  tantissima …

Tantissima emozione.

Lo desideravo tanto e al primo tentativo è andata bene?

Per la prima volta mi è successa una cosa in maniera naturale, semplice… senza drammi?

Possibile davvero?

Il mio desiderio si è esaudito ma adesso…

Oddio… il mio sangue… la mia eparina… può aver fatto male al bambino…

Le analisi cosa dicono?

Fino alla 6° settimana posso stare tranquilla: L’ematologo mi aveva detto di essere prudente il giorno dopo la prima ecografia …

Speravo in un’esperienza rilassante ed emozionante, invece sono uscita dal suo studio piangendo.

<< Si… qualcosa c’è signora … Il sacco amniotico ed un “micro” sacco vitellino… si vedono …

Ma mi dispiace dirglielo … potrebbe finire tutto così … in una bolla di sapone.

Non si faccia troppe illusioni. >>

Illusioni io?

Io che fino a non più tardi di 6 anni fa lottavo per sopravvivere … Ora sono incinta!

Quale bolla di sapone… io sono incinta… capite… io sono  i-n-c-i-n-t-a  !!!

Nonostante i miei problemi di salute.

La creatura dovrebbe nascere il 5 maggio… il giorno del compleanno di mia madre… e questo è un segno… forse che il destino mi ha tolto lei ma per donarmi un amore ancora più grande nella vita!

Ed io lo so … andrà tutto bene!

Sono stati mesi in cui mi sono presa molta cura di me stessa…

Mio marito viveva a 600 km di distanza e lo vedevo poco: passavo giornate intere senza vedere nessuno.

Descrivere ora il mio stato d’animo è davvero difficile, vivevo in uno stato di grazia… ma con molte ansie.

Ero seguita da due medici contemporaneamente ed anche se facevo un controllo a settimana, io ero sicura… Lei era mia figlia e avrei vissuto con lei. L’avrei vista crescere.

Nulla avrebbe potuto impedirmelo.

Dopo il quarto mese ho salutato uno dei due medici… e mi sono affidata al ginecologo più pratico, conciso, incisivo e realista che potessi trovare.

E così per 3 mesi, andavo alle lezioni di nuoto per gestanti due volte alla settimana.

Facevo una vita tranquilla: non troppo tempo in macchina, non troppe ore fuori casa, non troppo tempo in piedi !

Insomma stavo bene.

Poi all’ecografia di controllo alla 30° settimana, i medici riscontrarono un livello di liquido amniotico piuttosto scarso.

<< … Riposo totale per un mese…. >> Ovviamente vivendo sola con due cani non era facile.

Dire di essere stata completamente a riposo… comunque non potrei.

E così… dopo 5 settimane ecco il ricovero “preventivo” e poi… il parto cesareo.

La mia bimba è piccolina… vederla portare in incubatrice è stato un misto di gioia e dolore.

Sapevo che non avrei potuto portarla subito in camera con me, ma non immaginavo che il suo peso non arrivasse nemmeno a 2 kg…

Come non immaginavo la terapia intensiva…

Mio marito l’ha vista, è tranquillo. Dice << è in incubatrice al caldo: l’aiutano con un po’ d’ossigeno …

Ma va tutto bene, i medici sono tranquilli >>.

Anche io lo vedo tranquillo… Ma già leggere l’opuscolo delle regole comportamentali da tenere nel reparto, assieme al fatto di avere una chiave per l’armadietto, mi fa capire che di tempo ne passeremo tanto lì dentro.

Finalmente arriva l’attimo in cui incontro la mia piccolina:

non sono riuscita nemmeno a darle un bacio appena nata, non conosce il tocco della mia mano…

Dolorante e ancora incapace di camminare, mi dirigo con la sedia a rotelle in quella stanza dove si può accedere solamente con grembiule e mascherina…..

Quando vidi la mia cucciola, volevo morire.

Le sue piccole costole si allargavano a dismisura ad ogni suo affannoso respiro, e soprattutto quel respiratore al naso !

<< Come ho potuto farle questo… >> è stata la prima cosa che ho pensato… come ho potuto non essere un nido accogliente per lei, un luogo sano… io sono la sua Mamma !!!

Io che sono stata 6 mesi attaccata ad un respiratore per poter sopravvivere, non posso accettare che mia figlia già dal suo primo respiro, debba patire la stessa cosa.

Mi ricordo che il pediatra cercava di rassicurarmi, mentre le lacrime e i singhiozzi prendevano il sopravvento.

Ricordo di avergli chiesto: ”sopravviverà vero ?“

Adesso, la vedo come la domanda più sciocca che potessi fare.

Bastava guardarsi intorno: cucciolini di poco più di 500gr che lottavano per la vita …

Dopo un paio di giorni mi sono sentita molto fortunata.

Certo le persone non aiutano, mi guardavano quasi con disgusto quando dicevo che la mia bimba era nata prematura e che troppo piccola, stava in TIN.

Le ostetriche molto distaccate, sembrava quasi ingiusto che io chiedessi assistenza, solamente perché non avevo la bimba in camera con me.

Qualcuno m’ha detto: ”con quelle tette piccole non ti verrà mai il latte”.

Io lo tiravo ogni 3 ore e ne usciva pochissimo:

Stremata dalla febbre, dagli antibiotici, dalla situazione, mi sentivo dire: ”tutto li ??”

Tutto questo è durato ben 14 giorni ma quei brutti momenti sono stati spazzati via da gioie continue.

Tornare a casa con uno scricciolino di 2 kg mi intimoriva un po’ …

Ma ad aspettarmi a casa c’era Lei.

Lei che per caso è entrata nella nostra vita, Lei che dopo una telefonata, ho subito sentito essere parte della famiglia. La sua voce così calma, il suo sorriso così materno, il rispetto verso ogni piccolo gesto nei confronti della mia cucciolina.

In un momento davvero difficile tra me e mio marito lei era li, a darmi quei consigli da mamma che ho desiderato per nove mesi, con quella comprensione e quella tranquillità che non ero più riuscita a trovare.

Per una settimana è stata la mia confidente, il mio punto fermo e so che per sempre sarà

… un’amica mia.

Valentina e la piccola Sveva.

Nel corso della mia esperienza ho conosciuto molte mamme e molti neonati a cui vorrei rivolgermi.
Molte mi hanno contattato durante la gravidanza ed allora ho ascoltato i loro propositi: “ vorrei effettivamente rispettare i tempi del mio piccolo ”, o “vorrei dare un’impostazione al mio bambino, per non diventarne schiava”, o ancora “ credo che l’allattamento al seno a richiesta sia una cosa fantastica”, o al contrario, “non posso concepire che si possa spendere tanto tempo dietro un allattamento al seno, penso che darò da subito il latte artificiale”.
Io sono solita ascoltare, senza prendere posizioni, è la futura mamma che deve fare ciò che sente, nessun altro può intervenire in proposito senza provocare danni.
Naturalmente sono per un allattamento al seno e lo sostengo molto e devo dire che quasi tutte le mamme che affianco lo sostengono, ma ci sono anche delle eccezioni che vanno rispettate.
C’è anche da aggiungere un’altra cosa, ultimamente ho sostenuto diversi bimbi nati prematuri, alla 34° o 35° settimana, molti gemelli, di conseguenza con un basso peso e con giorni e a volte settimane di degenza.
La conseguenza di tutto ciò è che, la mamma, dopo una breve permanenza in ospedale esce senza il suo piccolo, con una sofferenza ed un ansia importanti, o in casi estremi portarne a casa uno solo poiché l’altro non ce l’ha fatta.
In ogni situazione c’è un atteggiamento diverso, un sostegno direi personalizzato, c’è il sostegno pratico da effettuare, ma anche l’aspetto emotivo da non sottovalutare.
Io stessa mi sono trovata davanti ad una scelta da fare: aiutare la mamma ad allattare al seno per farli stare il più possibile accanto e recuperare l’aspetto emotivo, rischiando però di far stancare molto il bimbo e non fargli prendere la giusta quantità di latte, o invece darglielo con il biberon per cercare di farglielo prendere tutto e aiutarlo nella crescita?
Poiché se con un neonato di gr 3.000, gr 3.500, possiamo aspettare se il latte tarda a scendere e possiamo dare tempo al tempo, con un esserino nato di 1.800 grammi, sceso a 1.600, portato fuori dall’ospedale con fatica a 1.900 gr, io non mi sento di suggerire ad una mamma, stressata e stremata, di togliersi il latte con il tiralatte e darlo al bimbo o ai suoi due bimbi, il tutto ogni due ore e mezzo.
Ogni cosa va calibrata a seconda delle situazioni, non dimenticando mai il bene di entrambi.
A volte tutto procede secondo i sogni, come previsto, altre invece i sogni vengono infranti da un parto prematuro ed allora la cosa migliore è affrontare le emergenze vivendo giorno per giorno le situazioni.

L’incontro con i gemelli.

Negli ultimi anni la possibilità di incontrare mamme in attesa di gemelli è aumentata notevolmente rispetto ad una decina di anni fa.
Se è vero che sempre più coppie hanno problemi di infertilità, o di fertilità ridotta è altrettanto vero che al contrario di un tempo ci sono più coppie che si rivolgono a centri specializzati per superare questi problemi.
Anni fa, una coppia, dopo anni di matrimonio, non vedendo arrivare un bambino iniziava a fare delle indagini, anzi la donna si sottoponeva ad esami per individuarne la causa e, solo dopo aver determinato l’assoluta mancanza di problematiche a suo carico, il marito iniziava ad effettuare dei test per stabilire cosa non andasse esattamente. Il tutto però rimaneva un segreto, poiché se un uomo non era fertile la cosa doveva rimanere un segreto, quasi che tutto ciò riguardasse la capacità sessuale maschile.
Quando poi veniva diagnosticato un problema serio od insormontabile all’inizio era sconcertante, ma poi veniva accettato e la coppia si arrendeva alla cosa
Oggi questo tabù è stato quasi completamente superato e la coppia inizia insieme ad effettuare i test quando il pargoletto tarda ad arrivare. Inoltre c’è da dire che molti problemi vengono superati con le nuove tecniche di fecondazione.
Da principio c’è il proprio ginecologo che cerca di aiutare la coppia e quando però si è compreso che il problema va al di là dell’ aiuto ormonale, ci si rivolge ai centri specializzati per effettuare degli interventi più impegnativi di fecondazione assistita.
Tutto questo ha determinato anche il fatto che si possono avere delle gravidanze gemellari o addirittura plurime, quando si vanno ad impiantare più embrioni.
Quando incontro coppie in attesa di questo evento meraviglioso ma sconvolgente, mi rendo conto della grande difficoltà che incontrano ad immaginare il loro futuro con due o tre bimbi.
Anche perché per lo più non sono persone giovanissime, che hanno fino ad allora avuto un’ottica della loro vita molto libera ed indipendente, e realizzano che la propria vita sarà completamente diversa dopo il grande evento.
Molte mamme abituate ad avere tutto sotto controllo, hanno bisogno di pianificare il loro futuro e sono ansiose di non riuscire a farlo nella maniera voluta.
Altre invece sono completamente impreparate e c’è la difficoltà ad entrare nel nuovo ruolo.
Il mio approccio è diverso con ognuna di loro, ma una cosa vale bene per tutte: cercare di far emergere il senso di maternità che c’è dentro di loro e supportarle nei momenti di debolezza.
Il momento della nascita dei bimbi ed il successivo rientro a casa è sempre molto emozionante ma anche impegnativo, per lo più il parto viene programmato con un cesareo e la mamma non è immediatamente pronta per supportare i bimbi per un allattamento naturale ed allora ci sarà anche un supporto di latte in formula.
Inoltre può capitare che i bimbi possono non uscire dall’ospedale con la mamma, poiché non hanno raggiunto un peso che lo permetta o perché ci sono dei test non completamente positivi.
Allora la mamma rientra a casa, ma quando può raggiunge l’ospedale ogni giorno per verificare la crescita e per stare insieme ai piccoli, ma tutto ciò non è semplice ed il bisogno di essere supportata è maggiore.
L’avvio dei gemelli al rientro a casa non è esattamente come un neonato a termine, le poppate sono ad orario e non ci si può permettere di saltare una poppata perché dorme, sempre perché i piccoli hanno bisogno di un accrescimento costante.
Inoltre i bimbi nati prematuri, come i gemelli, tendono ad essere più pigri e lenti nella poppata e vanno monitorati costantemente.
Una cosa che ritengo molto importante e che non mi stanco mai di ripetere è che non bisogna mai dimenticare che ogni bimbo è un individuo a sé e che va considerato come tale e non considerarli una coppia, sono due fratelli, ognuno con il suo carattere, il suo peso, la sua personalità.
Insomma, nonostante lo sconvolgimento dell’avvio, la necessità di sonno da parte dei genitori, gli ormoni della mamma in caduta libera, l’equilibrio vacillante della nuova vita, va tenuto presente che i bimbi sono due o tre nella loro unicità e individualità.

Il mio essere doula

Cosa significa per me essere una doula dopo quasi venti anni?
Quando ho iniziato questo percorso di affiancamenti alle future o neo mamme, non ero a conoscenza di questo termine, mi piaceva semplicemente essere un supporto poiché vedevo la difficoltà in alcune mamme di entrare in questa nuova esperienza di vita.
Il mio stare accanto alle mamme può avere tanti aspetti.
A volte mi capita di entrare in una famiglia tranquilla, dove la mamma ed il papà sono molto felici ed emozionati, magari un po’ imbranati, ma molto attenti al particolare e molto sensibili a tutto ciò che riguarda il loro piccolo, le cose scorrono semplici, il bambino è in genere sereno, tranquillo, dorme molto, mangia bene cioè si attacca al seno senza difficoltà e tutto procede liscio.
Altre volte invece i genitori hanno bisogno loro stessi di essere presi per mano e condotti passo passo.
Mi chiedono come fare a fargli fare il ruttino, ma anche se è meglio metterlo sul fianco destro o sinistro, insomma la loro incertezza e le loro ansie, la paura di fare qualcosa di sbagliato è talmente profonda che riuscire a far emergere il lato positivo e rassicurarli che quello che stanno facendo non può essere mai sbagliato vista l’attenzione che hanno nei riguardi del neonato, ma devono solo dare tempo al tempo e le cose andranno bene.
Non sempre però le cose sono così, mi sono capitate anche situazioni più impegnative, con la neo mamma caduta in depressione e papà all’estremo delle forze dove avevo bisogno di bilanciare l’intervento più sulla mamma che sul piccolo, prestando ugualmente molta attenzione al fatto che il bimbo aveva delle grandi coliche gassose con ripercussioni notturne non da sottovalutare.
Quando ciò accade, cerco di ascoltare molto la mamma trovando il giusto equilibrio tra l’esserle accanto e lasciarla agire da sola con il piccolo.
Molte volte, in questi casi, c’è da parte della mamma una mancanza di stima nei riguardi se se stessa, allora c’è bisogno di esaltare ciò che di bello la mamma produce sul suo neonato, ad esempio quando lo prende in braccio, o se piange e lo tranquillizza mettendolo al seno.
Alle volte invece sollevarla in un momento di grande stanchezza e lasciarla riposare senza farla sentire in colpa.
Essere un punto di forza è importante ma lo è altrettanto lasciare che i genitori agiscano da soli senza interferenze per renderli più indipendenti.

Proprio ieri parlando con una mamma che ho affiancato nel settembre del 2009, mi manifestava la sua esigenza di scrivere a proposito del suo parto immaginato in un certo modo e poi finito in tutt’altro modo, un cesareo d’urgenza con tutte le implicazioni psicologiche e fisiche che questo determina.
Poichè non sempre le cose vanno come si vorrebbe, come si è sognato, e questo da origine a problematiche che vanno in qualche modo affrontate.
Allora anche poter fissare sulla carta ciò che è accaduto può essere di grande aiuto.
Aspetto per questo i vostri racconti belli ma anche le vostre esperienze sul parto che non sono andate come avreste voluto.
A presto dunque, questa è la vostra pagina.

“Un libro intenso, che tocca vari nervi scoperti dell’animo femminile: dal senso di inadeguatezza generico delle donne, all’obbligo di maternità alla depressione post partum.”
Questo in breve quanto scritto in una recensione dello libro “Latte Nero”, vorrei segnalarlo a tutte le mamme, perchè mi ha colpita, ho sentito dentro la disperazione di una donna, ma sopratutto la sua rinascita il suo uscire fuori da un vicolo buio.
Una grande speranza per tutte le donne che si trovano in un periodo analogo e non riescono a vedere la luce in tutto questo, ho tratto alcune pagine che sono secondo me significative e vorrei metterle a disposizione di tutte.
Eccole:
“Quel giorno misi la bambina nel passeggino e mi avventurai sulla strada trafficata. Prima con cautela, poi con più coraggio. Parlai con altre donne delle esperienze post partum e mi stupii di scoprire che molte avevano attraversato analoghe difficoltà emotive. Perché non ne sapevamo di più? Mi ero sempre sentita dire che le donne fanno i salti di gioia appena stringono i loro bebè tra le braccia. Nessuno mi aveva detto che, saltando, alcune sbattono la testa contro il soffitto e restano temporaneamente stordite.
Mentre scrivevo Lattenero, ebbi una miriade di conversazioni commoventi con donne di tutte le età e le professioni. Pian piano mi resi conto di non essere sola e questo mi aiutò moltissimo. Cercare sollievo nella com-pagnia era paradossale per una persona che si era sempre vantata di amare la solitudine, ma decisi di non curarmene.
Il fatto è che la depressione post partum è molto più diffusa di quanto la nostra società voglia credere.
Stranamente, in passato le donne lo sapevano. Le nostre bisnonne conoscevano le varie forme di instabilità post partum e dunque erano meglio preparate. Trasmettevano questo sapere alle figlie e alle nipoti. Oggi però ci siamo allontanate così tanto dal passato da non avere un vero accesso a questa saggezza. Siamo donne moderne. Quando siamo stanche e piene di lividi interiori, nascondiamo i segni con le ultime tecniche di make-up. Pensiamo di poter partorire un giorno e continuare con la nostra vita il successivo. Alcune lo fanno, naturalmente. Il problema è che altre non ci riescono.
In Turchia, le anziane credono che, nei quaranta giorni dopo il parto, la neomamma debba essere sempre circondata dai suoi cari. Se venisse lasciata sola, anche per pochi minuti, potrebbe essere esposta agli attacchi dei jinn, cadendo vittima di una valanga di ansie, timori e preoccupazioni. Questa è la ragione per cui le famiglie più tradizionali decorano ancora il letto della neo mamma di nastri scarlatti e spargono nella stanza semi di papavero consacrati per tenere lontane le creature soprannaturali che fluttuano nell’aria.
Non voglio dire che dobbiamo lasciarci guidare da una serie di superstizioni o pretendere che il personale sanitario appenda trecce d’aglio e amuleti contro il malocchio nei reparti maternità. Dico solo che le donne dei tempi pre-moderni – grazie alle loro storie, tradizioni e credenze da vecchie comari – erano consapevoli di un fatto essenziale che noi non siamo altrettanto brave a comprendere: nel corso della vita, la donna attraversa varie fasi importanti, e la transizione da una all’altra può non essere facile. Prima di ricominciare a vivere appieno il presente, può essere necessario chiedere aiuto, sostegno e consiglio. Mentre una donna – o un uomo – passa da un giorno al successivo, lottando, risolvendo i problemi, organizzando e controllando, ci sono momenti in cui la macchina del suo corpo può incepparsi. Nella nostra determinazione ad affermarci e a essere forti e sempre perfette, abbiamo perso di vista questa saggezza semplice e antichissima.
La Signora Debolezza non è molto popolare fra le rappresentanti della nostra generazione. Nessuno sa dove si trovi oggi, ma si mormora sia stata esiliata su un’isola del Pacifico o in un villaggio alle pendici dell’Himalaya. Tutte ne abbiamo sentito parlare, ma è proibito pronunciare il suo nome ad alta voce. Al lavoro, a scuola o a casa, ogni volta che la sentiamo menzionare, sussultiamo, temendo le conseguenze. Benché non sia esattamente sulla lista dei ricercati dall’Interpol, nessuno vuole essere associato alla sua figura.
Tutto ciò non esclude che la maternità sia uno dei doni più grandi della vita. Plasma il cuore come argilla, mettendo ci in sintonia con il ritmo dell’universo.
Non a caso molte donne affermano che la maternità è stata la cosa migliore che sia mai capitata loro. Sono pienamente d’accordo.
Ciononostante una donna non diventa madre nel momento in cui partorisce. Si tratta di un processo di apprendimento, e alcune impiegano più tempo di altre. Ci sono quelle che, come me, vengono profondamente disorientate da questa esperienza. Con questo non intendo dire che diventare madri sia più difficile per le persone creative, perché ho visto donne di tutte le professioni provare uno smarrimento analogo, anche se in misura variabile. Nessuna donna è totalmente immune alla depressione post partum. Forse proprio le più forti e fiduciose sono, in realtà, le più vulnerabili. Stranamente, ci si può ritrovare su queste montagne russe psicologiche tanto alla prima gravidanza quanto alla seconda, alla terza o persino alla sesta.
Dopotutto le gravidanze sono come i fiocchi di neve. Non ne esistono due identiche.”

Cosa ne pensate, condividete la mia opinione? La gravidanza ed un bambino sono un punto di partenza o di arrivo per una donna?
La depressione post partum non è una punizione o una cosa di cui vergognarsi, ma un’esperienza che costringe alla riflessione a fermarsi e ciò può rappresentare una risorsa per la mamma da cui ripartire.
Aspetto i vostri commenti.

La mia esperienza di giovane mamma con una educatrice perinatale.
Quando aspettavo la mia prima figlia ero molto giovane, almeno per i canoni attuali moderni.
La mia gravidanza, a parte una iniziale fase con delle problematiche, era trascorsa serenamente, appena possibile ho iniziato il corso di preparazione alla nascita, nonostante avessi un diploma di educatrice Montessori, lavorassi nell’asilo nido della Banca d’Italia e fossi già ”ferrata” in materia di bimbi.
Il fatto di ritrovarmi con altre future mamme, che come me stavano attraversando un periodo bello ma delicato mi faceva sentire ancora più protetta ed a mio agio, aspettavo con gioia il giorno della settimana in cui ci saremmo potute incontrare e scambiare le nostre esperienze settimanali.
Al contrario di oggi che si fanno ecografie ogni mese o quasi, per monitorare l’evolversi della gravidanza all’epoca le cose erano più serene.
Andavo alla mia visita ginecologica una volta al mese o poco più ed allora essere con altre future mamme e parlare con loro delle progressioni dei nostri bimbi, dei movimenti nel pancione e confrontarci tra di noi ci rasserenava e mi faceva sentire al sicuro, nel luogo giusto.
In effetti sembra da come sono cambiate le cose, di parlare di un secolo fa, anche se invece sono trascorsi solo 29 anni, non ho nulla contro tutti i controlli aggiuntivi che si fanno ora, anche se forse un po’ si esagera a mio avviso, la mamma che aspetta un bimbo è una paziente e questa parola per me è sinonimo di malata
quando in realtà non è così.
Lo stesso Centro che frequentavo per il corso era anche il mio datore di lavoro dell’asilo nido, per cui molte delle persone che incontravo come moderatrici erano state anche mie insegnanti di scuola, per cui quando una persona fra queste mi propose un affiancamento al momento del rientro a casa accolsi con gioia questa possibilità.
La ragazza che mi presentò per l’affiancamento era una messicana che stava frequentando un corso di perfezionamento sul metodo Montessori, una mia coetanea stupenda, quanto dolce, delicata e riservata.
Dopo il parto, quando Valentina la mia piccola ed io siamo tornate a casa lei ha iniziato il suo percorso di affiancamento, dando un grosso contributo con la sua presenza sia per quello che riguardava un aiuto pratico ma soprattutto il fatto che fosse accanto a me mentre la stavo allattando, poterle confidare le mie incertezze, poter parlare della mia grande delusione riguardo al parto è stato fondamentale per superare il mio cesareo.
Mi ero molto preparata, con mio marito avevamo fatto un percorso fantastico per farla nascere e rispettarla nei suoi tempi, ma dopo aver fatto tutta la dilatazione ed essere arrivate in sala parto ci hanno dirottate in sala operatoria e la nostra bambina è nata attraverso un cesareo.
Lo sconcerto, la delusione, la rabbia, per non averla potuta vedere abbracciare coccolare proprio quando mancava poco, ed essermi svegliata dall’intervento in un ascensore è stato un trauma molto forte.
Il fatto che al rientro a casa quando mio marito era al lavoro ci fosse lei,Gloria questo è il suo nome, mi dava grande conforto, sapevo di avere una persona che mi comprendeva, mi ascoltava, mi consolava e mi metteva a riposo quando mi vedeva stanca.
E’ stata con noi per due mesi circa e Valentina le sorrideva e rispondeva con dei piccoli suoni alle sue parole o alle sue canzoncine messicane, è entrata a far parte della nostra vita della nostra giovane famiglia ed ancora la ricordiamo con affetto.

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